“Mamma ma il nonno è morto? E non torna più?”

“E tu mamma, morirai?”

“Cosa significa “muorire”? –chiedeva una bimba di 4 anni alla sua mamma, in sala d’attesa dal medico.

come parlare di morte ai bambini

come parlare di morte ai bambini

Ecco qualche esempio di domande che, in quanto genitori, prima o poi ci toccherà affrontare. Sono moltissimi le mamme e i papà che mi chiedono se è giusto parlare di morte ai loro bambini ed io ogni volta li ringrazio poiché ci permettono di riflettere insieme su un argomento importante.

Cominciamo col dire che generalmente i bambini tra i 4 e i 7 anni iniziano a fare domande sulla morte: è normale, fisiologico, anche se nessun lutto li ha colpiti, direttamente o indirettamente.

Il crescere implica sempre un continuo confronto con il lutto: il lutto evolutivo.  E’ la legge fondamentale della vita: bisogna perdere qualcosa per acquisire qualcosa d’altro. Lo sanno bene le mamme quando dopo aver partorito, ad esempio, sperimentano un po’ la nostalgia della pancia, di quel tenere dentro di sé il bambino, in una relazione così speciale. Si perde quella condizione per incontrarlo fuori e costruire una nuova relazione d’amore.

E lo sanno anche i bambini: perdono condizioni. Lo svezzamento (perdono il seno o il biberon per accedere a competenze più evolute), il camminare, l’ingresso in società, il ciuccio; alcuni esempi per dire che il concetto di fine di una fase, di un’epoca lo sperimentano sempre anche loro.

Fondamentale è poterne parlare. Verbalizzare, dare voce e parole a questo argomento che tanto spaventa, senza negare le emozioni che ne conseguono.

E’ importante che gli adulti non trasformino in tabù un argomento perché le cose non dette sono le più deleterie per i bambini: creano angoscia, paura, fantasmi. E fanno sentire molto soli poiché si percepisce che in casa non se ne può parlare.

Quindi complimenti a tutti voi genitori che vi ponete il problema e vi chiedete come farlo!

 

E allora mi viene da dire che le parole del cuore sono quelle che non ci fanno sbagliare. come-parlare-di-morte

Hanno ragione i bambini ad aver paura che i genitori possano morire perché è vero. Quello che succede agli altri potrebbe succedere anche a noi, quindi non neghiamo la loro paura. Accettiamola, confermiamola.

MA rassicuriamo anche, stando sempre nella verità.

Ad un bambino di 5 anni non si può dire: “Non morirò mai” perché è una bugia e rischiamo di minare la fiducia immensa che hanno nei nostri confronti.

Allora che fare?

Cerchiamo di essere più autentici possibile, utilizzando un linguaggio e contenuti adeguati all’età del bambino:

“Amore capisco che hai paura, sai a volte succede anche a me. Ma siamo qui, ora e siamo insieme”.

Rassicuriamo sul nostro stato di salute, se c’è, sul fatto che cerchiamo di fare delle cose che potrebbero aiutarci ad aumentare la probabilità di vivere il più a lungo possibile (“Hai visto la mamma ha smesso di fumare”, ad esempio), forniamo una prospettiva: se siamo religiosi possiamo affidarci alla rassicurazione religiosa dell’incontrarci in paradiso, un giorno; se non siamo religiosi possiamo fornire, comunque, una rassicurazione che trascende il materiale : cosa rimane? rimane l’amore che ti ho donato, nel tuo cuore. Questi solo degli esempi.

E’ fondamentale, prima di fornire spiegazioni e contenuti noi, chiedere al bambino cosa immagina, cosa pensa della morte: questo servirà per accertarsi del livello di consapevolezza che ha raggiunto in quel momento e partire dal punto in cui si trova.

Rassicura e facilita fare il riferimento con la natura: le stagioni (le foglie che muoiono ad esempio), gli animali. Se lo si sente nelle proprie corde, si possono usare libri di letteratura per l’infanzia, pensati per questo argomento.

Aiuta sempre fare riferimento a noi: esponiamoci, parliamo di come noi abbiamo affrontato un lutto e lo abbiamo superato, affrontato. Questo è un dono prezioso che fate ai vostri figli: fornite un testimone. Un po’ come se nella loro testolina si dicessero: “La mamma, il papà ce l’hanno fatta. Sono ancora qui e sono sopravvissuti. Quindi è possibile attraversare questo dolore. C’è SPERANZA

A volte i genitori evitano l’argomento, cercando di distrarre il piccolo dalla questione; capisco l’intento benevolo anche perché vedere il proprio figlio/a in difficoltà non è facile ma cambiare discorso non è la cosa più utile poiché il bambino/a rimarrebbe da solo con il groviglio di emozioni indicibili e incomprensibili.

La parola d’ordine è poterne parlare e sapere che i genitori rimangono sempre il porto sicuro dove poter tornare.

I bambini ci portano le loro paure, a noi adulti tocca bonificarle, con verità e coraggio, senza negare nulla ma facendo una cosa preziosa e per nulla banale: stare. Stare ed essere disponibili a rimanere anche quando circolano emozioni scomode.

Questa, vi assicuro, è la cosa più IMPORTANTE E CORAGGIOSA che possiate fare.

 

 

 

“Un dolore così, dolore dell’anima, non si elimina con medicine, terapie o vacanze; un dolore così lo si soffre, semplicemente, fino in fondo, senza attenuanti, come è giusto che sia.

(Isabel Allende)